TarzanIl 2012 è un anno strano: si festeggiano i cento anni di Tarzan ma si piange anche la dipartita di Joe Kubert – venuto a mancare il 12 agosto scorso – uno dei più grandi e amati autori del personaggio.
L’unica casa editrice che ha saputo cogliere il sapore dolce-amaro di questo particolarissimo anniversario è la MagicPress Edizioni, che ha portato in Italia un volume che non può essere giudicato in altro modo se non in questo: la fonte stessa dell’avventura pulp.

Era l’ottobre 1912 quando lo statunitense Edgar Rice Burroughs dava vita ad uno dei più amati luoghi comuni dell’epoca – il buon selvaggio che, nato lontano dalla giusta civiltà occidentale ne rispecchiava però i più alti valori, anche quando vi si allontana. Al di là di interpretazioni psico-sociologiche, Tarzan delle scimmie è una grande epica del romanzo seriale di intrattenimento: è uno dei capisaldi del genere pulp e ha dato vita ad infinite reinterpretazioni e trasformazioni varie, attraverso ogni forma di comunicazione (libri, fumetti, cinema, videogiochi, ecc.).
A differenza di molti eroi pulp coetanei, Tarzan è pura e animalesca azione: anzi, il selvaggio Lord Greystoke è il simbolo stesso dell’azione. Una sfida da raccogliere, dunque, per uno sceneggiatore-fumettista come lo statunitense Joe Kubert, che dal 1972 al 1975 ripercorse il viaggio di Burroughs dandogli spessore visivo e potenza muscolare.
Questo Tarzan – Volume 1. Gli anni di Joe Kubert (Tarzan: The Joe Kubert Years, 2012), ben curato dalla MagicPress, riempie gli occhi del lettore di potenza primordiale, di muscoli guizzanti, di denti affilati, di artigli insanguinati, di nervi spasmodici, di occhi strabuzzati e di grida selvagge. (Sì, sebbene siano fumetti, durante la lettura si possono sentire anche le grida!)
Il Tarzan che vi ritroviamo è una forza della natura, impegnato continuamente nell’affrontare – in pose plastiche che sanno sprigionare dinamismo dirompente – ogni volta le fiere più paurose che l’immaginario di inizio Novecento poteva concepire. Oggi, in epoca di politically correctness, un personaggio che prenda a coltellate un gorilla o un leone sarebbe mal visto e non passerebbe la censura: ma Tarzan lo fa, recitava il ritornello di una vecchia canzone italiana, e tutto gli si perdona.

«Muscoli e tendini si gonfiano sotto la pelle chiara e la pelliccia nera come l’inchiostro… mentre un raggio di sole scintilla sul metallo»: così la descrizione di uno scontro fra Tarzan e una pantera nera.
Perché Kubert sapeva scrivere anche testi che erano perfetto complemento all’azione: non erano semplici descrizioni in mancanza di un accompagnamento sonoro, ma parti essenziali di uno scontro: paradossalmente risultano meno efficaci quegli scontri che non sono accompagnati da descrizioni esplosive ed espressioni roboanti. (Anche se trasudano un’efficace e inquietante violenza cieca, come il combattimento muto fra Tarzan ed uno scimpanzé… in puro stile ju jitsu!)
A cento anni dalla nascita, Tarzan ci fa ancora riflettere sulla nostra civiltà? Nel frattempo è cambiato tutto, è vero, ma non è cambiato nulla in fondo: il personaggio di Burroughs è ancora lì a dimostrarci che l’uomo è null’altro che muscoli e tendini contro la natura dai denti a sciabola.

L.

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