Cicatrici

Cicatrici

Nello stesso periodo (giugno 2013) in cui Warren Ellis debuttava anche nelle librerie italiane con il suo primo romanzo, La macchina dei corpi (Longanesi), non si dimenticava certo che il suo terreno di caccia preferito è quello del fumetto: è in questo universo che è diventato una firma eccellente del noir e del poliziesco più duro. E lo dimostra con “Cicatrici”, una storia nera che colpisce il lettore con la forza di una frustata: quando il dolore passa, rimane un segno profondo.
L’intero ciclo di sei numeri di “Scars” è presentato da Panini (Collezione 100% Panini Comics) con un’introduzione di Gianluca Morozzi e la traduzione di Fabio Gamberini.

John Cain va ad arricchire il già nutrito esercito di poliziotti dal passato doloroso che la letteratura pulp (e non) ci ha regalato a piene mani: non è né originale né migliore di altri suoi “colleghi”. Per quanto profondo sia il suo dolore, sappiamo già tutto appena lo incontriamo, non ci stupisce né ci commuove la sua perdita inconsolabile. Per questo sin da subito ce lo facciamo amico e parteggiamo per lui, perché non c’è davvero niente di originale nel dolore: cosa c’è di più banale della morte di una persona cara? La morte è sempre ovvia, per questo noi lettori e John Cain diventiamo subito amici: ci intendiamo subito.
Cicatrici non è un poliziesco, malgrado racconti le indagini della polizia per trovare un mostruoso omicida e per evitare che faccia a qualche altra bambina il macello (nel vero senso della parola) che ha fatto alla piccola Tiffany Payne. (Anche il cognome è ovvio e banale: pain, dolore.) Cicatrici è un noir perché racconta la discesa all’inferno del detective John Cain (Caino, ovvio no?) che, capito ben presto chi sia l’assassino, non vuole assicurarlo alla giustizia: vuole massacrarlo. Vuole farla pagare a lui perché ad altri non gli è riuscito di farla pagare: cosa c’è di giusto in questo? Niente, come niente è ormai la vita di Cain.

I tratti in bianco e nero di Jacen Burrows accompagnano una storia che non indugia sul rosso del sangue versato (e se ne versa davvero tanto!) ma sul nero del tessuto cicatriziale che rimane dopo, quando il dolore vero inizia: il dolore psicologico.
Possiamo trovare mille elementi in comune con altre mille storie simili, incontrate in romanzi, film o fumetti, ma è proprio questo il gioco di Ellis: dirci che la violenza e la morte non ha nulla di originale, ma questo non vuol dire che non faccia male. Ogni volta come se fosse la prima volta. L’autore ci dice che il male vero è quello più banale, che la soluzione giusta è sempre quella più semplice, che il sangue ha sempre lo stesso colore: nero!
Una storia intensa da gustare in ogni suo singolo tratto: davvero un prodotto fenomenale.

L.

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