Cover di Onofrio Catacchio
Cover di Onofrio Catacchio

Nel 2011 Luigi Bernardi si diverte a rielaborare il mito di Fantômas e – per una mera questione di diritti d’autore, a quanto pare – cambia la lettera finale e nasce Fantomax. In fondo il nome dello stesso criminale francese nasceva per fare concorrenza al successo di Erik le Fantôme, il celebre Fantasma dell’Opera, quindi è una scelta azzeccata. (Ricordo il mio pezzo sui fumetti neri degli anni Sessanta, nonché il mio saggio gratuito sul pulp nero francese degli anni Dieci.)
Nel gennaio del 2015 la Editoriale Cosmo – che si sta imponendo come titanica realtà fumettistica, unica in Italia a ricordarsi che esiste vita al di là di Marvel e Bonelli – lo ripresenta in edicola.
L’intento di Bernardi – e dell’ottimo disegnatore Onofrio Catacchio – è lodevole… ma onestamente l’ho trovata un’operazione del tutto dimenticabile.

«Sia imperitura la gloria del male che spargiamo».

La Fantomax di Onofrio Catacchio
La Fantomax di Onofrio Catacchio

Ciò che ha reso esplosivo e irrefrenabile il nero francese di inizio Novecento, da cui è nato Fantômas, è stata la rottura delle regole morali: come ho raccontato, prove alla mano, nel mio saggio gratuito Lupin contro Holmes, avere in casa libri con protagonista Lupin era sintomo di criminalità. È come se negli anni Novanta ti avessero trovato in casa i dischi di Marilyn Manson: eri sicuramente un criminale al di là di qualsiasi prova.
Gli anni Dieci del Duemila non sono gli anni Dieci del Novecento: rifare Fantômas oggi è solo un vezzo estetico, giusto per raggiungere quel pubblico a cui il nome dice qualcosa. Il mondo dei fumetti è chino a un numero impressionante di regole: solo un fumetto che ne infranga qualcuna potrebbe osare accostarsi ai grandi personaggi del nero francese. Fantomax non ci prova nemmeno…

Basi segrete supertecnologiche e titaniche, grandi quanto città intere, organizzazioni enormi e talmente potenti che non si capisce perché falliscano in ogni loro azione; possibilità enormi di fare del male per poi concentrarsi sul dare schicchere. Insomma, tutto il substrato culturale solito – compresa l’immancabile katana, che neanche i giapponesi usano così tanto come gli occidentali – contribuisce a rendere ben poco appassionante la lettura: si sente che c’è la voglia sottopelle di rompere le regole, ma in Italia è impossibile e quindi questo non è un fumetto nero… ha le solite cinquanta sfumature di bianco italiano…

L.

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