Deadliest of the Species (1993)

Cover di John Bolton
Cover di John Bolton

Solamente un mese dopo l’assoluto capolavoro Aliens: Sacrifice, la Dark Horse Comics abbassa drasticamente la media con un prodotto pessimo. Non soddisfatta dei 12 confusi e confusionari numeri di Aliens: Colonial Marines, lancia un’altra serie di 12 numeri schizzati: “Aliens/Predator: Deadliest of the Species”, iniziata il luglio 1993.

Si badi che non è una storia del filone Aliens vs Predator, non c’è il “vs” ma uno slash, e cambia molto. È infatti una noia mortale…
Chris Claremont (che dopo si dedicherà al mondo di Star Wars) scrive una storia sconclusionata che non sono riuscito a seguire né quando provai a leggerlo in lingua originale né quando la saga arrivò in Italia.

Se volete sapere la trama chiedete a Google, io vi posso solo dire che gli inguardabili disegni di Jackson Guice (che invece aveva fatto un discreto lavoro in Terminator: End Game) rendono impossibile la lettura delle prime pagine del primo numero: figuriamoci arrivare fino al dodicesimo!
A metà saga Guice passa la palla ad Eduardo Barreto ma il discorso non cambia: arrivare a quel punto è impossibile…

Cover di John Bolton
Cover di John Bolton

Il numero 12 del mensile “Aliens” (Play Press) lo porta in Italia nell’aprile 1995,  con la traduzione del consueto Michele Camarda: il titolo è ora “Aliens/Predator: Gioco mortale”.
I dodici numeri originali si riducono a sei, le copertine sono strabellissime ma il risultato non cambia: è una storia assolutamente illeggibile…

Quella che riporto qua sopra è la splendida copertina di John Bolton per il numero 9 della serie – in Italia, è il numero 16. Io impazzisco per le donne calve, quindi questa è una delle illustrazioni aliene che più amo 😉

L.

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7 pensieri su “Deadliest of the Species (1993)

  1. In effetti Claremont di carne al fuoco in questa serie ne aveva messa parecchia, e quasi ogni sua singola idea sarebbe andata meglio per una storia a sé stante (vedi l’intelligenza artificiale Toy, ad esempio, e le sue aliene creazioni ibride), invece di far parte di un’unica trama che vorrebbe sembrar capace di dipanare chissà quali misteri ma, in concreto, rimane criptica e riesce tutt’al più a essere – a tratti – anche molto suggestiva. Tant’è che arrivato alla conclusione (pur avendo tra l’altro tollerato bene lo stile di Guice e di Barreto) mi trovo – anche rileggendola – con molte più domande che risposte, e non sono per niente sicuro che l’obiettivo finale di Claremont fosse proprio questo…

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