PecosBill1Nell’aprile del 1949 Mario Angelini diventa direttore della testata “Topolino“, che la Mondadori prende dalla Nerbini e rilancia con un nuovo numero 1. La storia che chiude l’èra Nerbini e inaugura quella Mondadori, “Topolino e il cobra bianco”, è firmata dal prolifico Guido Martina: l’uomo che, fra le mille cose create, ha lanciato l’idea delle parodie Disney dei grandi classici della letteratura.
Mentre il successo di Topolino è indiscusso, e vent’anni dopo Angelini rivelerà in diretta TV che almeno il 60% delle storie sono firmate da artisti italiani (notizia che ancora oggi è pressoché ignota ai più!), sul fronte western la faccenda è più scottante: il 27 settembre 1948 è nato un certo Tex Willer.

Pecos Bill e il suo cavallo Turbine
Pecos Bill e il suo cavallo Turbine

È una ricerca che sto ancora compiendo – e conto sull’aiuto di chiunque voglia partecipare – ma credo che nell’immediato dopoguerra, quando cioè è nato Tex Willer, il fumetto italiano western non fosse così sviluppato come sarà nelle decadi a seguire. Il fiume di personaggi western nostrani che ci viene in mente è tutto nato dagli anni Sessanta in poi: quanti personaggi nel ’49 ricreavano a fumetti le imprese dei film western… quando John Wayne è arrivato nei cinema italiani solamente nel 1940?
È dunque facile che già alla nascita di quelle striscette piene di «Peste!» e pistole che fanno zip e zing, la Mondadori abbia subodorato che il filone era buono. Visto che Angelini è ancora direttore degli “Albi d’Oro” mondadoriani, il 3 dicembre del 1949 lancia un filone western creato da Guido Martina: “Pecos Bill: il leggendario eroe del Texas“, destinato a grande fama tra i lettori italiani. (Wikipedia dice che oscurerà Tex per molti anni, ma non cita fonti.)
Che la nascita di Pecos Bill sia avvenuta con un occhio al Tex di Bonelli è abbastanza chiaro sin dalla prima vignetta, dove Davy Crockett si lancia in una curiosa esclamazione: «Big Tex!»

Il primo episodio esce come numero 186 degli “Albi d’Oro” e costa 40 lire per un albetto di 36 pagine: Topolino costava 60 lire ma di pagine ne vantava 100. È difficile stabilirlo con certezza, ma l’idea è che fosse un albetto costoso: due anni dopo “Il piccolo sceriffo”, a parità di pagine, costava solo 25 lire.
Pecos Bill” era però un fascicoletto elegante con in più schede illustrative che spiegavano ai giovani il West e i suoi eroi: in un’epoca di fumetti a strisce ridotti all’osso (come appunto Tex), faceva sicuramente la sua figura.

PecosBill1aI disegni sono di Pier Lorenzo De Vita e Raffaele Paparella, e lo stile è tipico dell’epoca: grande ammucchiata di personaggi in ogni vignetta e testi chilometrici che scoraggiano ampiamente la lettura. In effetti si tratta veramente di graphic novel, nel senso che la quantità del testo è più simile ad un romanzo che ad un fumetto!
Davy Crockett racconta una storia risalente al 1848, quando la California era attraversata da frotte di gente in cerca dell’oro: quando una ragazza è in pericolo, circondata da tutti i tipi di nemici che si possano immaginare, ecco sopraggiungere Pecos Bill a cavallo del suo Turbine. (Come Tex aveva Dinamite.)
Oltre a parlare agli animali e a mille altre leggendarie doti, Pecos è ovviamente grande amico degli indiani: indovinate di quali? Gli Apaches de Navajos! Sarebbe da andare a controllare bene le date delle prime strisce di Tex per sapere chi dei due ha per primo citato i Navajos. Comunque Pecos Bill ha il suo indiano, Penna Bianca – che tiene a portata di mano per scrivere! – però non è un amico come Tiger Jack, più un segretario tuttofare…
Puniti i cattivi e salvate la brave famiglie di coloni, il ragazzo galoppa verso il tramonto come un consumato cowboy cinematografico e grida il suo nome, che finora tutti avevano ignorato.

Via, verso il tramonto!
Via, verso il tramonto!

Per la scheda delle uscite rimando al sito Fondazione Franco Fossati.

Chiudo con una curiosità. Nel 1954, quando “Pecos Bill” viaggia spedito, Mario Angelini diventa direttore di un’altra testata mondadoriana destinata a luminoso successo: “Nembo Kid“…

L.

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