Tex all’americana (2015)

Cover di Joe Kubert
Cover di Joe Kubert

Voi lo sapevate che la Dark Horse Comics traduceva il nostro Tex nazionale per il mercato americano?
Ho scoperto che nel marzo 2015 la casa ha portato negli USA una storia del nostro ranger scritta dallo storico Claudio Nizzi e disegnata dall’eterno mostro sacro Joe Kubert, storia che i lettori italiani già conoscono come quindicesimo “Texone” (giugno 2001). L’italiano “Il cavaliere solitario diventa Tex: The Lonesome Rider.

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Vi riporto (tradotta da me) l’introduzione di Pete Carlsson, art director alla Tell-A-Graphics ma soprattutto amico e collega di Joe Kubert: è lui che ha tradotto il texone per li americani.

Come molti di voi, ho conosciuto Joe Kubert nelle pagine di un fumetto. La sua rappresentazione del vecchio Mosè sulla copertina di un adattamento DC della Bibbia (pubblicata nel 1975) è stato il mio primo incontro con lui. Il suo stile di disegno era intenso e differente dai disegni di Archie, Disney e i fumetti della Gold Comics che leggevo all’epoca: lo stile di Joe aveva una vitalità e un impatto che nessun altro disegnatore ha mai avuto. Scoprire l’arte di Joe non solo ha cambiato il mio modo di guardare i fumetti: ha cambiato la mia vita.

Ho frequentato la scuola di Kubert dal 1993 al 1996 ed ho iniziato a lavorare con lui nel 1997. Aveva appena finito Fax from Sarajevo quando insegnò nella nostra classe di terzo anno di Arte narrativa, e stava lavorando a Tex: The Lonesome Rider quando iniziai a lavorare con lui.

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Il bello dello stile di Joe è che è così avvolgente: gli altri disegnatori ti coinvolgono per qualche pagina, mentre lui ti fa entrare subito senza permetterti più di uscire. Una volta che ha la tua attenzione, non ti molla più. Joe conosce il suo lavoro, la sua responsabilità nel raccontare una storia, ed usa il suo talento per qualsiasi soggetto. Se deve esagerare la lunghezza di un braccio o di una gamba per far sentire meglio il pugno, lo farà. E tu non lo noti finché non rileggi la storia.

Joe dona la vita ai suoi personaggi. Non sono tutti belli, anche se ha disegnato alcune delle donne più belle e voluttuose. Loro piangono e sorridono, e tu già li conosci una volta che li hai guardati. Possono sorprenderti con le loro azioni ma assomigliano sempre al ruolo che ricoprono.

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Nel secondo capitolo di Tex: The Lonesome Rider, la ragazza del saloon, Linda, sembra carina ma Joe aggiunge qualcosa. Capisci che è stata carina ma non è più una giovane donna: puoi vedere gli anni vissuti e la sua vita dura. Puoi capire gli errori che ha commesso e vederli tutti sul suo volto e nelle linee sotto gli occhi.

I suoi cattivi sono immediatamente riconoscibili come cattivi. Non c’è niente che possa redimerli e lo stesso Joe è capace di scatenare simpatia in noi per questi personaggi. Non devi necessariamente cambiare opinione su di loro, ma senti il loro dolore e tristezza.

Guardate la scena con quel ranchero e suo fratello. Oltre all’azione dei personaggi, guardate come Joe usa la pioggia in quel combattimento. I fondali, le ombre ed anche le figure sono delineati con linee d’inchiostro che suggeriscono una pioggia battente: riesci anche a capire quando piove forte o più piano, e non sta lasciando nulla ai coloristi.
In classe, Joe diceva ai suoi allievi: «deve funzionare in bianco e nero», e questa scena sicuramente lo fa.

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Joe una volta mi ha detto che mentre disegnata questo fumetto, qualcuno alla Bonelli (l’editore originale) cercò di imporre alcune restrizioni nella sua esposizione narrativa. Se leggi regolarmente i fumetti di Joe, devi aver notato che non ci sono pannelli descrittivi in Tex, sebbene Joe usasse spesso questa tecnica. La loro assenza era appunto una delle condizioni imposte dall’editore. In più, gli è stato detto che avrebbe dovuto sottostare al formato di tre strisce a pagina, perché altri tipi di formato non erano adatti per il pubblico europeo.

Ma Joe, essendo Joe, non ha rispettato esattamente tutto questo. Ha fatto quel che voleva fare, cioè raccontare la storia nel modo esatto in cui voleva raccontarla. Il mio esempio preferito i questo è a pagina 33, quando il cavallo di Tex crolla da un dirupo. Ditemi che sapreste rappresentare quel momento in modo migliore su un formato a tre strisce.
Pare che l’editore volesse far rilavorare a Joe tutte quelle tavole che non rispettavano la struttura a tre strisce, ma lui ha risposto «No», che non è proprio una sorpresa se avete letto questo fumetto o se conoscete Joe.

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Per tutto il tempo in cui ho lavorato con Joe ho sempre voluto collaborare anche alla storia, quindi ho discusso per anni con lui. Ho scritto una sola storia per un numero di “Joe Kubert Presents”, ma lui mi disse che quel copione era «troppo verboso», con «materiale per un intero numero racchiuso in cinque pagine».
Quindi sono deliziato di aver avuto la possibilità di lavorare al dialogo per le più di 200 delle migliori pagine di Joe. Posso sentire la sua voce nelle orecchie mentre lavoro alla sceneggiatura, cercando di scrivere la storia esattamente come lui avrebbe voluto.

Pete Carlsson,
ottobre 2014

L.

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8 pensieri su “Tex all’americana (2015)

  1. La Dark Horse mi pare abbia portato anche Dylan Dog negli Stati Uniti se non ricordo male, tempo fa scovai un articolo che diceva che Tex, in Italia, vende più di Batman, e non stento a crederci!

    Come tutti ho letto Tex per anni, ho smesso di seguirlo perché le ultime storie mi sembravano troppo ripetitive, e alla ricerca di una modernità fuori luogo per il personaggio. Ma i “Texoni” sono stati a lungo un appuntamento fisso, ancora oggi quando esce quello nuovo mi attira. I miei preferiti sono quello (commovente per varie ragioni) di Magnum, e ovviamente questo di Joe Kubert.

    Lo capisco Pete Carlsson, i due figlioli di Joe (Andy e Adam) sono bravissimi e hanno molto del suo stile, ma papà Joe è un mondo a parte, quei tratti di china nera, spessa e selvaggia ti portano subito nell’azione, in un attimo senti la polvere sulla sella di Tex, o il fango dei campi di battaglia del Sergente Rock. Ancora oggi, la sua breve run sulle pagine di “Punisher” è una delle mie storie preferite di Frank Castle. Anche in direzione opposta sulla tratta Usa-Italia, la Dark Horse è una sicurezza 😉 Cheers

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    1. Dovrei ritrovare la fonte, ma è abbastanza sicuro che ancora oggi Tex sia il fumetto più venduto d’Italia, e parliamo di decine di ristampe delle stesse storie che continuano a vendere! Io ci sono cresciuto e ho interrotto un paio di volte, finché intorno al numero 610 circa ho mollato definitivamente. Per quanto siano storie ben curate, sono davvero tutte identiche e non ce la facevo più. Però è evidente che il suo totale immobilismo ha reso Tex un successo senza tempo: tutti gli altri Bonelli, Dylan compreso, vendono mooooolto meno e hanno moooolto meno seguito, sia quando provano a cambiare che quando rimangono uguali. Rimarrà un mistero l’alchimia di Tex…

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      1. Vero, Tex è uno di quelli eroi che non potrà mai cambiare, i vari Superman e Zagor hanno lo stesso problema, ma a confronto di Tex sono dei rivoluzionari, immobilismo è la parola giusta.

        Oltre alla ripetitività mi era venuto a noia il tentativo di modernità, non ricordo che numero fosse, ma assistendo ad una corrida in Messico (se non ricordo male), lo sceneggiatore di turno ha deciso che
        Kit Carson doveva parlare della brutalità inutile della manifestazione e dei diritti del povero toro, argomento che condivido, nulla da eccepire, ma è un dialogo che non ha alcun senso se messo in bocca ad un ranger dell’800 e qualcosa, per di più un “Vecchio Cammello” come Kit Carson. Un po’ per gli autori, un po’ per i lettori, le novità sono bandite dalla pagine di “Tex”. Cheers

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      2. Purtroppo il falso storico è disciplina olimpica, in Italia. La Bonelli si fregia di un buonismo zuccheroso che mal si addice a rudi cowboy ottocenteschi: già è tanto che Tex continui a fumare invece di iniziare una campagna salutista 😀

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      3. E infatti è il suo totale immobilismo che me l’ha fatto abbandonare molto, molto tempo fa… salvo rare sporadiche riprese, come alcune avventure “mysteriose” qua e là o i Texoni disegnati da guest artists internazionali come Kubert, appunto.

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      4. Da ragazzo ho apprezzato molto le incursioni di Tex nel fantastico, dagli alieni ai dinosauri, dai Vichinghi al voodoo, e ovviamente Mefisto e Yama hanno albergato a lungo nel mio cuore. Però poi ho sempre preferito storie pù thriller o gialle. Ricordo ancora l’estate del 1989 quando lessi una storia di Tex “della stanza chiusa”. Era un genere letterario a me ignoto quindi mi appassionò molto. Purtroppo tutti questi esperimenti sembrano aboliti nell’ultimo decennio in favore di storie canoniche tutte uguali: indiani ribelli, generali folli, banditi da fermare. La qualità è sempre alta, ma i soggetti sono drammaticamente identici storia dopo storia…

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