Dylan Dog 55 (1991) La mummia

Cover di Angelo Stano

Sta per arrivare in Italia il nuovo film di Tom Cruise, The Mummy, e quindi è il momento di scatenare un raffica di post a blog unificati: è il momento di parlare di mummie nell’immaginario collettivo!

Non poteva mancare l’indagatore dell’incubo e il suo contributo al tema delle mummie, in particolare con l’albo n. 55 (aprile 1991) di “Dylan Dog” dal titolo appunto “La mummia“.

Claudio Chiaverotti ci parla di una setta segreta dei giorni nostri – i Figli di Seth – che si ispira a precetti e riti di un Egitto lontanissimo nel tempo, da un passato in cui però proviene un uomo impossibilitato a morire: un custode della setta che da millenni vive il terribile incubo di non poter morire, né impazzire per provare sollievo.
L’idea della mummia è intrigante e in pratica è l’unica riuscita della storia: il resto è bla bla che all’epoca mi appassionò – in quegli anni ero ancora un fan discretamente appassionato del personaggio – ma che ora mi fa solo sbadigliare.

I disegni lividi e spigolosi di Pietro Dall’Agnol rendono giustizia alla mummia, rendendola estremamente sofferente e minacciosa al tempo stesso.

Già solo per i disegni e per la mummia in una piccola parte, vale la pena aver risfoglliato questo albo.

L.

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8 pensieri su “Dylan Dog 55 (1991) La mummia

  1. Mi hai rispedito indietro nel tempo, non all’antico Egitto ma all’era in cui andavo ancora dal barbiere e nell’attesa mi leggevo Dylan Dog, questa non era la mia storia preferita, ma non poteva mancare nella rubrica delle mummie 😉 Cheers

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  2. “Maestro Nectas… com’è la morte?”
    “Orribile…”
    “Maestro, sta sbadigliando… forse la morte è anche noiosa?”
    “No, è che stavo pensando al nuovo corso di Dylan Dog” 😉

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      1. Io, da sostenitore di un necessario cambiamento “cum grano salis” intravvedevo buone potenzialità in quell’altamente sottoutilizzato John Ghost che pareva dovesse diventare l’artefice principale di un passaggio credibile e coerente dal “vecchio” al “nuovo” DyD (smussandolo da alcuni suoi difetti accumulatisi negli anni ma senza per questo renderlo una macchietta rinnegante in toto il proprio passato ad uso e consumo del lettore gggiovane). Per non parlare dell’attesissimo ritorno di Tiziano Sclavi risoltosi sostanzialmente in una storia -ben scritta quanto si vuole, ma non è questo il punto- sull’alcolismo di ritorno di Dylan, sottintendendo neanche tanto velatamente che il soprannaturale del suo universo narrativo alla fine si trovi soltanto nel fondo di una bottiglia di whisky. Decisamente un triste servizio reso al dylaniato “non ci credo ma ci spero”…
        Ecco, non dico che nel nuovo (?) corso manchino momenti davvero buoni e/o felici intuizioni, questo no, ma di certo il “miracolo” a cui avremmo dovuto gridare non s’è ancora visto.

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      2. Ti credo sulla parola perché non seguo il personaggio, ma conoscendo la Bonelli già solo l’idea di un minimo cambiamento dev’essere stato un terremoto in redazione! Se non sbaglio Legs Weaver è l’unico personaggio Bonelli che cambiava vestito di albo in albo: tutti gli altri sono talmente “seriali” da essere sempre vestiti uguali, nella antica tradizione del fumetto!
        Cambiare è sempre un rischio, soprattutto per un personaggio così “attenzionato” come DyD. Temo che il problema non sia Dylan, ma la fine della cultura da cui è nato: gli anni Ottanta sono “tornati di moda” solo a chiacchiere e per spillare soldi ai fan quarantenni, che plausibilmente possono permettersi di spendere. Il gusto ’80 è morto e sepolto e i suoi zombie non torneranno. Lo splatter, il gore, l’horror di grana grossa, gli squartamenti, gli sbudellamenti, ombretti ficcati in bocca e poi aperti a squarciare le carni: tutto questo oggi è più vietato di uno snuff movie, ma sono le basi di DyD. Tolte le quali rimane un personaggio horror senza horror, costretto a fare quello che fanno i filmucoli horror di oggi: niente.

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      3. Già… che poi, intendiamoci, DyD sempre un personaggio Bonelli è stato fin dall’inizio, ragion per cui il “topos” dell’eroe bonelliano esploratore di tutte le sfumature del genere di riferimento (quindi anche al di là della gloriosa fase splatter, parimenti al Nathan Never che non poteva più rimanere ancorato soltanto a quel cyberpunk tanto di moda all’epoca) presto o tardi l’avrebbe inglobato comunque, e non necessariamente in senso negativo. Il fatto è che fra l’esplorare e lo stravolgere c’è una bella differenza: differenza che dal numero 200 o poco più in là (non è una questione di generosità mia lo spingermi oltre quel numero 100 considerato spartiacque da molti. E’ che l’esplorazione di cui sopra funzionava più che discretamente almeno fino al “secondo giro di boa”) sembra si faccia spesso e volentieri fatica a comprendere 😦

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