Cemetery Beach (2018) Il miglior fumetto dell’anno

Cover di Jason Howard

Lunedì 7 gennaio tutta la Rete ripartirà alla grande e nel mare di nuovi post nessuno avrà tempo di leggere lo sproloquio che mi scappa di scrivere: perché non anticipare ad oggi il racconto di come ho conosciuto il miglior fumetto del 2018?


Avete presente quando una serie di delusioni vi spinge a pensare che ormai avete gusti troppo diversi dai fumetti che escono? Non è questione di età, e che vorreste qualcosa che non sapete neanche voi cos’è, precisamente: possibile che nessun fumetto sappia capire cosa voglio? Che non lo so neanche io cosa voglio?
Cominciate a leggere nuovi fumetti a manetta e vi deprimete. Va be’, l’ultimo e poi basta, che poi butto tutto e passo a leggere gli album da colorare. E trovate il miglior fumetto dell’anno… Storia vera, come dice Cassidy!

Allora non sono pazzo! E soprattutto, non è colpa mia: è che gli sceneggiatori buoni sono così pochi che tocca leggere quintali di robbetta per trovare alla fine qualcosa di buono.
Ma per capire questa storia, come tutte le storie devo partire dall’inizio.


L’inizio

Per colpa di uno stupido ed inutile corso di aggiornamento, il 12 e 13 dicembre 2018 ho dovuto raggiungere la zona di Roma immediatamente adiacente a quella abitata dai Casamonica: avete presente le immagini del TG con lo sgombro delle ville abusive? Ecco, lì a due passi. Raggiungere una zona della Tuscolana in auto renderebbe più piacevole darsi martellate sui testicoli, quindi è obbligatorio andarci con i mezzi pubblici.

Per fortuna sono cambiati i tempi da quando viaggiavo in treno con uno zaino dal peso di cento chili. Ora ho in tasca uno smartphone di pochi grammi caricato con un chilo di video, un chilo di musica, un chilo di libri, un chilo di fumetti: è un chilo e mezzo, che faccio: lascio? Ma sì, dài, teniamoci larghi.

All’andata mi sono letto la saga di Pumpkinhead, tutto sommato divertente, mentre con l’editor di testo scrivevo il pezzo per il Zinefilo, inserendo già i codici HTML così da risparmiare tempo. Al ritorno voglio provare qualche fumetto nuovo, che mi sento “fumettoso”.
Ecco cosa mi sono letto.

Sword Daughter n. 4 (Dark Horse Comics). Niente, Brian Wood non ha una mazza da dire su questa ragazzina dell’Islanda medievale e da mesi sta tergiversando. Magari poi il 12° numero sarà figo, quando finalmente Elsbeth Dagsdóttir troverà ’sti cacchio di cattivoni della banda nota come Quaranta Spade, ma finora sono solo Quaranta Sbadigli.
Bah, lettura veloce e amara.

Last Siege n. 7 (Image Comics). Ma io dico: hai il Medioevo, hai un castello assediato da un’orda di barbari, hai intrighi e un cavaliere misterioso che porta le vendetta a forma di spada… Come si fa ad annoiare con uno spunto del genere?
La saga è spettacolare fino al quarto numero, poi come al solito svacca tutto. Questo settimo non ha una sola vignetta di testo, è solo pieno di battaglia sanguinosa che però fa sbadigliare, visto che ormai dopo sette mesi ci siamo pure dimenticati perché mai stiamo combattendo…

Stone King n. 1 (comiXology). Intrigante, senza dubbio, l’ho scelto proprio perché mi titillava la copertina e l’idea in essa presente: un bambino che scala un Re di Pietra, una montagna che cammina. E le prime spettacolari pagine rispettano perfettamente quest’idea, il racconto concitato e muto di un ragazzino protagonista di una storia all’apparenza senza senso ma comprensibilissima. Una sfida all’Uomo che è una Montagna (descrizione del Polifemo omerico) da parte di un Ulisse molto giovane. Girata la quarta o quinta pagina, tutto finisce e ci ritroviamo nel solito noiosissimo raccontino fantasy, con nomi e luoghi, con i bambini della città di Chissenefregax che devono fare non so cosa e non mi interessa. Manuale di come azzeccare un’idea e non saperla trasformare in sceneggiatura.

The Warning n. 1 (Image Comics). L’autore di questo fumetto non era minimamente interessato a raccontare una storia, né a farsi in qualsiasi modo capire dal lettore. Va per cacchi suoi e non disturbatelo che si secca. Arrivato a pagina 10 senza capire che cazzo stesse succedendo, ho preferito lasciare solo l’autore: se questa è una di quelle storie che devi aspettare la decima uscita per capire la trama, ne faccio benissimo a meno.

The Planet of the Apes: The Simian Age n. 1 (Boom! Studios). Misterioso è il motivo per cui la Boom! Studios sta sfornando raccolte di storie brevi ambientate in ogni mondo scimmiesco possibile, da quello dei primi primi anni Sessanta a quello degli imbarazzanti stupidi film moderni, e gli autori si sforzano in modo lodevole di cercare di tirar fuori qualche goccia d’acqua da roba secca da decenni. Non mi sento di dire che le storie non valgano la pena, anzi forse proprio il saper trovare qualche idea carina da un soggetto così arido va plaudito, però malgrado la Boom! Studios sia ormai “regina delle scimmie” – ha cioè sia i marchi di Kong che di Planet of the Apes – non sta facendo il minimo sforzo per creare un universo condiviso: eppure con lo spettacolare Kong on the Planet of the Apes (2017) aveva dato prova che era possibile fondere i due universi: che fine hanno fatto quegli sforzi? Vogliono prima vedere di che parleranno i nuovi stupidi film in arrivo? Boh…

Basta, dopo tutte queste delusioni ormai era chiaro: non parlo più il linguaggio dei fumetti. Cerco storie impossibili, che nessuno vuole raccontare.
Va be’, inizio l’ultimo fumetto e poi butto tutto. E gli Dei di Kobol mi hanno regalato Cemetery Beach.


Il miglior fumetto dell’anno

Ci sono due modi di iniziare una narrazione: quello che ti annoia e quello che ti conquista. Di solito tutti scelgono il primo, perché sono romanzieri che devono riempire 400 pagine a libro e hanno almeno tre volumi di saga davanti, con possibilità di arrivare a sette. Poi ci sono i veri scrittori, quelli che non sono solo romanzieri ma scrivono di tutto, non creano saghe ma fanno qualcosa che i romanzieri odiano: scrivono per intrattenere i lettori, antica arte dimenticata.

Così immaginate che io vi debba raccontare di Michael Blackburn, una spia terrestre inviata su un pianeta lontano dove odiano le spie terrestri, e immaginate che io passi almeno cento pagine a descrivervi chi sia questo Blackburn, cosa pensi, che aspetto abbia, come si vesta, la storia della sua famiglia fino ai nonni e la storia del suo Paese; poi passi a decrivervi casa per casa il pianeta lontano, la sua politica, la sua religione, l’ordinamento giudiziario, il bilancio statale e alla fine Blackburn viene catturato, non dopo un inseguimento di dieci pagine.
Il finale di questa noiosissima narrazione – che corrisponde al 99% della narrativa che trovate in libreria – oltre ad uno sbadiglio è un personaggio totalmente anonimo, di cui sapete tutto ma di cui in realtà non vi importa, almeno che le restanti centinaia e centinaia di pagine non vi intrighino.

Immaginate invece di essere Warren Ellis, ma aspetta che lo dico meglio: immaginate di essere Warren Fottuto Ellis, di aver appena festeggiato i 50 anni con qualche libro nel curriculum ma con secchiate di fumetti e pure qualche sceneggiatura televisiva. Immaginate di aver iniziato la vostra carriera scrivendo per il Giudice (Judge Dredd) e per il Dottore (Doctor Who) e di non avere i personaggi ricorrenti dei romanzieri di grido: ogni vostra storia è nuova, e siete voi i primi a non dovervi annoiare.
Ecco, se foste Warren Fottuto Ellis avreste tante di queste storie sulle spalle che non avete la minima voglia di raccontare in cento pagine quello che si può raccontare in un paio di vignette…

Qui si parte col botto!

Michael Blackburn entra in scena nella prima vignetta, nudo e legato in una lercia stanza degli interrogatori, con la promessa che conoscerà le torture più nefaste se non confessa. E lui confessa, perché non è un eroe e non gliene frega niente di scene “da macho”: comincia a confessare così tanto che il torturatore lo prega di smetterla!

Confessa di essere una spia venuta dalla Terra, il pianeta in cui negli anni Venti del Novecento è stato trovato per caso un varco temporale che ha portato una paccata di umani dall’altra parte dell’universo. Passa il tempo e la Terra dimentica quei pionieri e questi non hanno voglia che il pianeta-madre si impicci, e vanno ognuno per conto proprio. Poi negli anni Venti del Duemila la Terra scopre di nuovo per caso questa dimensione e si chiede: che accidenti avranno fatto quei nostri connazionali negli ultimi cento anni? Andiamo ad indagare, e mandano Michael Blackburn.

Con solo questo incipit Ellis poteva riempire un terzo di bestseller, uno dei quei libroni inutili che infestano le librerie ma sono adorati da chi giudica le storie al chilo. Invece s’è sparato tutto in 5 pagine. Le 5 fottute pagine più divertenti del 2018! Perché Blackburn non è il coglione che dà a vedere, anche se è tutto vero ciò che ha confessato senza un solo secondo di tortura: puoi confessare quello che vuoi… quando sai che potrai far fuori il torturatore di lì a poco!

Benvenuto in questo schifo di nuovo mondo!

Raccolta in una cella la grintosa Grace Moody, ribelle locale destinata alle stesse torture indicibili di cui sopra, iniziano quattro albi senza una sola vignetta sprecata, una corsa nel Pessimo Nuovo Mondo dove Blackburn, fra una sparatoria e una “frase maschia”, viene reso edotto sulla situazione politica, con rapide parole che in mano ad un romanziere avrebbero sfornato almeno tre romanzi pieni.

Una ribelle assassina di cui fidarsi

Gli esplosivi e dinamici disegni di Jason Howard non ti permettono mai di rilassarti, e sei lì che corri con i due protagonisti e schivi le pallottole dei biechi poliziotti di questo mondo lercio e schifoso, di mutazioni genetiche e di sangue marcio. Blackburn, da bravo americano, promette a Grace di portarla sulla Terra, se potrà, ma è qui che Ellis dimostra di essere britannico… perché il padre di Michael è morto di AIDS, la madre è stata squarciata dalla bomba di un terrorista, sua sorella è stata colpita da un ragazzino che è entrato in scuola carico di armi e la moglie ha inghiottito troppi antidolorifici. Il commento di Grace è spettacolare:

«È così che si vive sulla Terra? Mi sa che resto qui…»

Per definizione i nuovi mondi creati dai romanzieri sono peggiori di quello del lettore, ma Ellis non è un romanziere: è uno scrittore, e questo fa dannatamente differenza.

Quattro numeri senza un attimo di tregua

Quattro numeri di pura dinamite narrativa come è rarissimo trovarne, un intero nuovo mondo descritto con poche parole e tutte pronunciate mentre il piombo vola e il cielo si infiamma. Ma è solo la prima parte della saga: nel 2019 ci attende il seguito, e potete scommetterci che andrei pure su un altro pianeta per leggerlo!

Come si scende da questo cazzo di pianeta?

L.

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