Piccolo Ranger 149 – La rupe della paura (1976)

Su consiglio di The Obsidian Mirror ho recuperato una testata storica come “Il piccolo ranger“, nata nel 1958 per i testi di Andrea Lavezzolo e i disegni di Francesco Gamba. La storia che mi è stata segnalata, “La rupe della paura“, inizia a metà del numero 149 (aprile 1976) e finisce con il numero 151 (giugno 1976), quindi appartiene alla seconda vita del personaggio, quella nel formato bonelliano (cioè a quaderno e non più a striscia).

Un bandito rapinatore di banche noto come “Hank il banchiere” sta insanguinando città dopo città, visto che dopo le sue rapine non ha problemi a farsi strada a colpi di pistola: i nostri due eroici ranger, Kit e Frankie, si mettono sulle tracce dell’assassino, arrivando fino alle Montagne della Desolazione, tra le quali sembra aggirarsi una misteriosa figura.

Mai girare di notte per le Montagne della Desolazione

Con uno stile leggero man mano la storia passa da una tipica caccia all’uomo nel West ad una storia horror davvero ben costruita. Tra le montagne impervie infatti i nostri due eroi invece del criminale trovano una casupola, abitata da un uomo brusco e da sua sorella che non sta bene con la testa: una donna che canta strane cantilene di mostri che si aggirano nella notte.

Intenzionato a capire cosa stia avvenendo fra quelle montagne, e chi sia la creatura che ha disseminato la zona di cadaveri di animali, Kit si addentra in una miniera abbandonata, dove scopre che gli animaletti della prateria hanno tutt’altro aspetto!

Alla faccia del coniglietto bianco!

Cosa sta succedendo tra queste montagne? Che l’improvvisa trasformazione del coniglio abbia qualcosa a che vedere con la creatura che si aggira nella notte mietendo vittime? Quello che succede è che siamo in anni in cui l’Italia ha scoperto Lovecraft.

Il racconto The Colour Out of Space, apparso su “Amazing Stories” nel settembre 1927, arriva in Italia nel 1963 all’interno del numero 310 di “Urania” della Mondadori, la casa che poi nel 1966 lo ristampa nella celebre antologia “I mostri all’angolo della strada”. Nel 1973 la Sugar presenta le Opere complete di Lovecraft, quindi al momento di scrivere questa storia per il Piccolo Ranger è plausibile che Decio Canzio conoscesse il racconto, visto poi che era arrivato anche al cinema – sebbene in forma apocrifa e stravolta – con La morte dall’occhio di cristallo (1965).

Non so se sia qualcosa di “ufficiale” o magari solo una mia impressione, ma secondo me è più che palese come “Il piccolo ranger” sia solo la versione per bambini di “Tex”. L’eroe si chiama Kit Teller… ma davvero? Nome nato sei anni dopo la nascita di Kit Willer, il figlio di Tex (1952). Le dinamiche fra il giovane protagonista e il “vecchietto del West” sono identiche, ma in versione per l’infanzia, di quelle fra Tex e Kit Carson: leggendo questa avventura sembra di leggere Tex raccontato ai bambini!

Visto che nel 1974 il nostro Tex ha già affrontato una storia palesemente ispirata a Il colore venuto dallo spazio – che voglio rileggermi quanto prima – ecco che due anni dopo scatta la versione del piccolo ranger, che trova nella miniera uno “strano fungo” di origine sconosciuta che trasforma gli esseri viventi in mostri.

Va’ che coltivazione di “funghetti magici”

La storia è lunga e complessa e l’ho letta con molto piacere, chiudendo un occhio sulle parentesi bambinesche della solita spalla comica (cioè il vecchietto dai lunghi baffi). La sceneggiatura è molto ben gestita e sa sfruttare i punti forti, senza incorrere nelle lungaggini che troppo spesso ammorbano storie di così tante pagine.

L’atmosfera è di quelle buone, e a volte mi chiedo se non sia un mio problema: le storie moderne non riescono minimamente a coinvolgermi quando cercano di creare tensione, invece queste avventure d’annata con pochi sapienti tratti riescono a catturarmi. Rimango dell’idea che sta tutto nella sceneggiatura: quando è buona non ha età, come in questo caso.

L.

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12 commenti

  1. Non mi sarei mai aspettato di trovare Lovecraft in una storia del piccolo ranger, ma il sospetto che facesse parte anche lui della famiglia Willer (un cugino alla lontana magari) l’ho sempre avuto anche io 😉 Cheers

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    • I battibecchi col ranger più anziano sono troppo identici a quelli fra Tex e Carson, così come le dinamiche e le storie: semplice è un Tex pensato per un pubblico molto più giovane.
      Comunque questa storia si legge con grande piacere, l’esplosione dell’horror in Italia ha fatto bene alla narrativa 😉

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  2. Ricordo di aver avuto questa teoria: che Il piccolo ranger avrebbe dovuto essere uno “spin-off” di Tex dedicato alle avventure del figlio, ma che per qualche ragione poi si sia deciso di farne un personaggio separato. Teoria completamente inventata da me, perché non ne ho mai trovato riscontro da nessuna parte né so se qualcun altro ci abbia mai pensato.
    Certo che sarebbe stato un utilizzo di Kit Willer molto migliore di quello che ne viene fatto nella serie regolare, cioè nessuno.

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    • Mi è molto familiare, non ricordo se si riferisse a questa testata o ad altre, ma comunque ricordo che Bonelli abbia parlato (chissà dove) di questa idea poi trasformata, ed è un peccato: fare un altro Tex nella testata di Tex è ridicolo (infatti Kit Willer dopo quasi 70 anni è ancora un personaggio totalmente inutile) mentre invece fare il giovane Tex in un’altra testata poteva funzionare meglio, fermo restando che “Il piccolo ranger” è davvero identico a Tex, solo per un pubblico più giovane.

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  3. Non ho mai dimenticato questo albo, ma soprattutto non ho mai dimenticato il successivo “il mostro del plenilunio” nel quale si tirano le somme della vicenda. Non esagero se dico che mi ha terrorizzato a morte e mi ha sconvolto i miei sonni di bambino. Quell’albo, come gli altri, girava di mano in mano nel nostro cortile e quella sensazione di terrore posso garantirti che era comune a tutti. Non si è parlato d’altro per mesi, ricordo, e ciò ha contribuito a creare la sua mitologia.
    In realtà ho sempre avuto difficoltà a ricordare i titoli, ma in questo caso dovrei ringraziare quell’amico che non riusciva a pronunciare “plenilunio” (diceva “il mostro del pletunio”): se non fosse per quella dislessia non me lo sarei mai ricordato…

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    • Letto a più di quarant’anni dalla sua uscita, posso testimoniare come sia un’ottima storia, che funziona ancora. L’atmosfera di desolazione delle Montagne (appunto della Desolazione) acuisce quell’inquietudine di sentirsi dispersi nel nulla, e quando appare quella figura umana nella notte fa davvero il suo bell’effetto.
      Il coniglio-mostro è stato un discreto colpaccio, perché non mi aspettavo una soluzione grafica così forte da un fumetto così palesemente rivolto ad un pubblico giovanissimo.
      Sono sicuro che se l’avessi letto da ragazzino mi avrebbe spaventato a morte e quindi l’avrei adorato: grazie ancora per avermelo fatto conoscere ^_^

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