Macchie_NereNel dicembre del 2014 Toten Schwan mi chiese un contributo per la sua rivista digitale gratuita Tritacarne: qualcosa sui fumetti “neri” degli anni Sessanta.
Non sapendo assolutamente nulla su quel mondo, ero la persona giusta per scriverne: totalmente privo di pregiudizi e preconcetti, ho potuto fare ricerche e basarmi esclusivamente sui fatti lasciando da parte polemiche e revisionismi storici.

Il pezzo è uscito sul numero 8 della rivista, e visto che ho iniziato sul mio blog NonQuelMarlowe un discorso sulla vita da edicola dimenticata, mi piace riportare a puntate anche qui il mio viaggio nelle Macchie Nere.

Macchie Nere

 Uno sguardo sul fumetto nero
nell’Italia degli anni Sessanta

In un tempo lontano, in una Italia solo apparentemente simile a quella che conosciamo, sono vissuti esseri a noi oggi ignoti: i grandi lettori
Nell’Italia degli anni Duemila, con il suo scandaloso 14% di lettori (peraltro a bassissima frequenza di lettura), suona strano parlare dell’Italia degli anni Sessanta, quando eserciti di acquirenti si riversavano in edicola e in libreria decretando il successo editoriale di quantità impressionanti di pubblicazioni: un bacino di utenza così vasto ha permesso un fugace ma consistente momento di rigoglio creativo. Ha permesso cioè a una schiera confusa di case editrici di produrre gran quantità di testate differenti: tutte morte, tutte dimenticate, tutte taciute, tutte nascoste sotto il tappeto, tutte negate. Ma sono esistite, e come gli archeologi a noi non resta altro che ammirarne gli sparuti resti polverosi.

Il tanto celebre boom italiano non si limitava all’industria e all’economia: l’esplosione è stata deflagrante anche in quegli ambiti oggi completamente dimenticati: libri e fumetti. Se il simbolo italiano all’estero è la Vespa o la Lambretta (oggetti assenti dalle nostre città da vari decenni ma ancora stabili nella povera e arida mente degli sceneggiatori americani), il simbolo dell’editoria italiana degli anni Sessanta è vasto e misconosciuto: è la spazzatura.
La stragrande maggioranza della produzione narrativa dell’epoca è stata tacciata di spazzatura già dai contemporanei, e in seguito semplicemente la si è cancellata dalla memoria. Si citano un paio di titoli celebri senza specificare che ce n’erano decine di cui nessuno si ricorda più, e chi rimane se la tira da “migliore”: da Re della Spazzatura. Ma ricordatevi questa grande verità: la spazzatura vende. Oh, se vende.

Questa grande verità, che più si è accusati di produrre spazzatura più si guadagna, gli italiani l’hanno sempre conosciuta ma con la colonizzazione culturale americana post-bellica c’è stato un grande colpo di spugna su tutta la spazzatura di inizio Novecento, pronta a diventare antiquariato. C’era bisogno di spazzatura nuova e nel 1950 gli editori italiani scoprirono di nuovo l’arte lercia del marketing.
Arriva anche in Italia la storia di quell’attrice del Grand Guignol che acconsente al piano diabolico del suo impresario e si presenta al commissariato di polizia locale il 1° aprile 1950 denunciando di essere stata rapita da alcuni “moralisti”, scandalizzati dallo spettacolo che lei sta interpretando nel celebre teatro. Scoperta la truffa e condannata l’attrice per falsa testimonianza, arriva comunque il successo per tutti… compreso l’ignaro autore del testo teatrale che l’attrice stava portando in scena quei giorni: tutti accusano quel romanziere di aver prodotto della spazzatura, fatta di violenza gratuita, sangue e sesso. Tutti si scandalizzano di un autore così lercio… tanto che iniziano a fare a botte per accaparrarsi le sue opere: qualche mese dopo arriva per la prima volta in Italia quell’autore, un certo James Hadley Chase, pronto a diventare il re delle edicole fino agli anni Novanta, quando gli italiani hanno smesso di leggere e così è stato dimenticato.
L’inganno vende, e più i giornali dicono che sei spazzatura, più vendi: l’equazione è pronta.

lupinLa stessa equazione la utilizzano già i francesi negli anni Dieci del Novecento, quando l’Arsène Lupin di Maurce Leblanc è imbattibile e gli editori concorrenti non riescono a superarlo. L’unica soluzione è batterlo nel suo punto debole: Lupin è un ladro, sì, ma gentiluomo e di grande levatura morale, quindi per batterlo bisognava creare un personaggio privo di fibra morale e spietato.
Durante un viaggio in metropolitana due amici scrittori si inventano un personaggio del genere e scrivono il nome su un foglietto di carta: Fantômus. L’editore legge male la calligrafia, e nasce Fantômas.

L’eroe negativo all’inizio veste in smoking come Lupin, ma ad ogni rappresentazione e illustrazione la sua “divisa” cambia. Se negli Stati Uniti degli anni Trenta il suo look viene riproposto pressoché identico addosso a The Shadow (completo elegante, normale cappello invece del cilindro e inseparabile mantello), quando nella Francia dell’immediato dopoguerra il regista Jean Sacha esordisce con Fantômas (1947), nella locandina Marcel Herrand è completamente ricoperto da un manto nero, in tutto e per tutto identico al Macchia Nera di Topolino, nato dalla penna di Floyd Gottfredson nel 1939 e giunto subito anche in Italia. (Alcune locandine nostrane usano ancora lo smoking dei tempi passati per Fantômas, aggiungendo giusto una maschera completa sul volto.)
1947_fantomas_gr_2Malgrado nei film il costume sia assente, l’iconografia è cambiata e Fantômas si è fuso con uno dei personaggi nati per fargli concorrenza: Zigomar, il nero Re del Male interamente ricoperto da un mantello, il criminale che lasciava sulle sue vittime un segno a forma di Z. (Come dite? Quello è il segno di Zorro? Ma il celebre personaggio di Johnston McCulley nascerà solo dieci anni dopo, nel 1919…)
In attesa che Zigomar entri a sorpresa nella guerra delle K e venga gustosamente rielaborato per diventare il padre di Zakimort (strizzando anche l’occhio al grande personaggio nero italiano del 1914, Za la Mort), il film di Robert Vernay Fantômas contro Fantômas del 1949 genera un novello interesse italiano per il personaggio: dimenticati sin dal 1928, i romanzi di Souvestre e Allain vengono rispolverati per l’occasione dalla milanese Pagotto che inizia a riproporli nel 1954.

Entra nell’italiano parlato il termine “fantomatico”, che però nessun dizionario osa far risalire al nero criminale letterario: in fondo Fantômas viene dal francese fantôme, no? No: la letteratura batte sempre la realtà. Souvestre e Allain non volevano ispirarsi ad un semplice “fantasma”: erano stati incaricati dal giornale “Le Matin” di sferrare un attacco al personaggio che all’epoca stava portando lettori ad un giornale concorrente, “Le Gaulois”. Se quest’ultimo pubblicava le avventure a puntate dell’oscuro Erik, le fantôme de l’Opéra, “Le Matin” avrebbe presentato ben altro fantôme
È tutta una guerra di testate per accaparrarsi l’enorme bacino di pubblico che vuole storie a tinte forti e personaggi spietati: la guerra dei “neri” di inizio Novecento in Francia si ripete identica negli anni Sessanta italiani. E una delle micce è quando nel febbraio del 1961 la RAI – l’unica realtà televisiva dell’epoca – incarica l’autorevole Giorgio Albertazzi di preparare una serie di trasmissioni dedicate ai grandi personaggi della narrativa poliziesco-criminale: non lo chiamano “nero” perché non c’è ancora il termine (i “Neri Mondadori” nasceranno solo dopo il successo di Diabolik), ma l’aver incaricato il celebre attore di mettere nel paniere anche Lupin e Fantômas la dice lunga.
Perché la blasonata RAI si occupa di personaggi “cattivi”? Forse che si cominci ad intuire che qualcosa di perverso sta accadendo nell’immaginario collettivo italiano? Qualcosa di innaturale che spinge una scrittrice come Leonia Celli a nascondersi dietro vari pseudonimi americaneggianti per raccontare le sue truci storie orrorifiche e infilarle nella collana che dirigeva, dal titolo profetizzante: KKK. I classici dell’orrore. Nel 1959… la narrativa nera ha già la K nel titolo.

Il 12 aprile 1962 esce nei cinema italiani Totò Diabolicus di Steno, non un buon film, giustamente in parte dimenticato, ma quello che conta è che un team affiatato di sceneggiatori cuce addosso al Principe della risata una parodia smaccata di Fantômas, con tanto di mantello nero… che però non è un mantello: è una tutina nera! Il 1° novembre 1962, sette mesi dopo, un’altra tutina nera fa capolino in edicola: è Diabolik. Dopo il Principe della risata… il Re del terrore.
diabolik1Nelle molte interviste alle sorelle Angela e Luciana Giussani ovviamente non si parla di Totò ma giusto di Fantômas: eppure è innegabile che la tutina aderente non provenga dal criminale francese bensì dal comico nostrano, così come il nome. Forse che le Giussani abbiano voluto omaggiare il grande noir francese I diabolici (1955) uscito in Italia nel novembre 1956? (Il titolo originale Les diaboliques si legge appunto “diabolìk”.) Forse che si siano ispirate alla collega romana Celli, una donna che scrive storie nere con la K? Hanno preso il film di Totò e ne hanno trasformato il titolo? Non sono domande oziose, i nomi contano, e infatti Dino de Laurentiis dopo aver prodotto il film di Diabolik denunciò lo spagnolo Superargo contro Diabolikus: nella locandina sembrava che un personaggio in tutina (rossa) con solo visibili gli occhi si chiamasse in modo simile al criminale italiano. Però Diabolik di Mario Bava è del 1968 e il film spagnolo del 1966, e visto poi che è anche una co-produzione italiana (in parte girato a Roma), l’accusa di de Laurentiis ha il forte sapore delle tante operazioni mediatiche nate semplicemente per attirare attenzione.

È questo il clima in cui nasce Diabolik: offese e proteste sui giornali, cioè grandi vendite assicurate. Nel giro di pochi anni tutti i giornalisti e intellettuali d’Italia si lanceranno in accuse feroci che assicureranno record di vendite alla casa editrice Astorina, arrivando persino alla frase money-maker per eccellenza: “è diseducativo”. È come firmare un assegno in bianco alla Astorina: l’ultima volta che i giornali italiani hanno usato questa frase è stato per accusare di violenza le Tartarughe Ninja, decretando il loro devastante successo. Dalla fine degli anni Ottanta si è capito che è troppo sporca come operazione commerciale e si è optato per altre scelte (ancora più sporche).
Si rincorrono sui giornali notizie di ladri veri che hanno messo a punto colpi lasciando la firma “Diabolik” sul posto: ma dove? I giornali non lo dicono. In seguito si moltiplicheranno le notizie di veri colpi messi a segno seguendo le sceneggiature di Diabolik: ma è vero? Qualcuno ha controllato? Non serve: l’importante è che i lettori comprino quegli albi pensando di fare qualcosa di sporco, così ne compreranno sempre di più…

da "Diabolik" n. 5, maggio 1963
da “Diabolik” n. 5, maggio 1963

Quando diciamo Diabolik dobbiamo stare attenti. Non stiamo parlando del ladro gentiluomo di oggi, dell’amante tenerone (sebbene non dorma nello stesso letto della sua donna: in fondo non sono sposati!), del posato uomo di casa che si informa leggendo amabilmente il giornale sul divano: questo è il Diabolik “buono” che si è piegato alle leggi della censura dell’Italia di oggi, mille volte più bacchettona e cieca degli anni Sessanta.
Quando parliamo del primo Diabolik dobbiamo pensare ad un personaggio che metta in discussione qualsiasi regola etica gli italiani facessero finta di rispettare in pubblico: un qualsiasi politico italiano farebbe morire Diabolik di invidia, ma ufficialmente è il nero criminale ad essere “cattivo”. Ha occhi cattivi e dice cose cattive, non ha alcun rispetto per le donne o per la vita altrui, e poi compie il gesto più volgare di tutti: ruba con le mani. Non come gli italiani per bene, che rubano in mille altre maniere: lui tocca con le mani vogliose la refurtiva luccicante, come il peggiore dei tagliaborse dei bassifondi.
Mentre i criminali per bene costringono le loro vittime al suicidio, magari destabilizzandole finanziariamente e infangandole attraverso l’informazione controllata, Diabolik si macchia le mani di sangue accoltellando in prima persona: un’attività che diminuirà di molto con l’andare degli anni, ma che almeno all’inizio è prolifica. Insomma, Diabolik è l’uomo nero per eccellenza: è un Fantômas italiano imbattibile perché rappresenta il male in persona.

Non bastasse tutto questo, il 10 febbraio del 1964, con il 14° numero (La donna decapitata) le sorelle Giussani hanno l’intuizione giusta al momento giusto.
Già dal 1962 faceva saltuariamente capolino in Italia dalla Francia il maestro Tetsuji Murakami a parlare agli atleti nostrani di qualcosa di nuovo, di qualcosa che diventerà autoctono nel 1963 a Milano e nel 1964 a Roma: qualcosa che si chiama karate. In Italia già c’è il judo che ha preso molto piede, ma quello è uno stile spettacolare, di cadute e capriole… il karate è qualcosa di totalmente diverso: negli occhi degli italiani è la violenza per eccellenza, quindi sensazionale.
01-14-La donna decapitata (Enzo Facciolo)In quel 10 febbraio 1964 Diabolik – con i disegni di Enzo Facciolo – esegue uno shuto uchi, un colpo sferrato con il taglio basso della mano. Quel colpo anticipava una tecnica marziale che si sarebbe vista in ogni dove nei decenni a seguire, ma nel mondo dell’immaginario collettivo era ancora qualcosa di inedito e di potente: non è la nobile boxe inglese, siamo lontani dagli stili asiatici pregni di filosofia ed ascetismo, non è un qualche elegante colpo signorile né tanto meno è un colpo di arma nobile (tipo fioretto o spada). È la volgarità più becera, è alzare la mano come l’ultimo dei peccatori, è il contatto fisico degradante, è un colpo dato con la nuda mano: è talmente sporco che i lettori impazziscono, e da quel 1964 diventa obbligatorio per qualsiasi personaggio, che sia fumetto, libro o film, non solo cimentarsi nel karate, ma sferrare almeno uno shuto uchi.
Malgrado avesse una preparazione marziale totalmente differente, per sbarcare il lunario ad Hollywood il giovane Bruce Lee dei primi anni Sessanta addestrava le star cinematografiche a combattere sul set: quindi non stupisce vedere il suo allievo James Coburn eseguire confuse tecniche di finto karate nel film Il nostro agente Flint (Our Man Flint, 1966), con tanto di fugace shuto uchi: al cinema questa tecnica la useranno le principali spie, da James Bond a Matt Helm, e in narrativa si arriva fino al misconosciuto Pat, agente segreto francese del 1965 raccontato da Roger Vlatimo (giunto da noi in Segretissimo) che sfoggia il suo karate non appena ne abbia la possibilità.

(continua e finisce domani)

L.

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